Diario di bordo

foto diaconi

I NUOVI DIACONI SI RACCONTANO

La Chiesa, a partire dal Concilio Vaticano II, ha voluto ricostituire il ministero del Diaconato permanente, riscoprendone le potenzialità spirituali e pastorali. Il vedere uomini, sposati e non, dare la vita in questo ministero, è una provocazione spirituale per noi, diaconi transeunti, che camminiamo verso il presbiterato, perché l’ordinazione diaconale, lungi dall’essere semplicisticamente una tappa verso una meta, sia riconosciuta e vissuta come un’abbondanza di doni dello Spirito - attraverso il sacramento - che fa di esso una svolta fondamentale del nostro modo specifico di essere discepoli. È con esso, infatti, che prendiamo gli impegni che rinnoveremo con l’ordinazione presbiterale; impegni che sono, in realtà, doni di Dio e della Chiesa, perché possiamo meglio essere servi, in libertà di cuore. E questa dimensione del servizio, della carità, specifica del diaconato - permanente e transeunte – costituisce uno stile di fondo che saremo chiamati a mantenere nello specifico del presbiterato. (don Mauro Donato)

In cosa consiste il ministero del diacono? Certamente ci impegna in una serie di promesse e comporta specifici compiti liturgici, un impegno stabile nel ministero della Parola e una disponibilità fraterna nei confronti di tutti, soprattutto verso gli ultimi e i poveri. Ma a me piace cogliere l'essenza di questo ministero in un passaggio della preghiera di consacrazione del rito di ordinazione: «Dio onnipotente [...] compi nel tempo l'eterno disegno del tuo amore». Ecco che allora essere diacono vuol dire incarnare nel nostro tempo e nella storia quello stile di prossimità di Gesù nella comunione filiale col Padre e a servizio integrale dell'uomo, del Popolo di Dio e del mondo intero. Altro non siamo chiamati a fare se non essere un riflesso, seppur pallido, della sua vita spesa per amore e del suo amore testimoniato nella vita. (don Giacomo Cisero)

Ricordo con grande emozione la Messa di Ordinazione diaconale. Ricordo soprattutto due momenti molto forti che mi porto impressi e che in questi giorni sto mantenendo accesi in me. Il primo, il momento della prostrazione. Noi ordinandi ci siamo stesi a terra, davanti all'altare, quasi toccandolo. Intorno a noi si cantavano le litanie dei santi, segno che la chiesa celeste viene in aiuto a questi piccoli eletti, per essere di esempio nel cammino verso la santità. E lì dal pavimento non riuscivo a cantare le litanie, non riuscivo quasi a respirare né a muovermi. Ho però recitato con calma il Veni Creator Spiritus, chiedendo al Signore che mi prendesse e mi facesse suo interamente. Questo avverrà poco dopo, con l'imposizione delle mani. Il secondo momento che ricordo e tengo vivo è la consegna del libro dei Vangeli. Il vescovo mi ha consegnato l'Evangeliario dicendomi: "Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunziatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni". E io ho appoggiato le mani sul libro, l'ho afferrato. Per lasciarmi afferrare da Lui, per lasciare che in me sia lo Spirito del Padre a parlare, e attraverso me, parli agli altri. (don Samuele Moro)

Se dovessi dare un titolo al dono del diaconato transeunte da poco ricevuto con l’ordinazione e che sto iniziando a vivere sarebbe questo: “Transeunte a tempo determinato ma diacono per sempre!”. È una grandissima gioia poter servire Cristo e la Chiesa, conformandomi sempre più a Lui e stando in mezzo ai fratelli. Un simbolo che mi accompagna ormai da tempo è il crocifisso del Buon Pastore, che mi ricorda che nel cammino verso il presbiterato sono chiamato sì a diventare pastore e a pascere il gregge, ma a non dimenticare mai che sono pure io una pecora tra le altre e che devo vivere in mezzo al gregge, avere il profumo delle pecore. Vivere il diaconato come “passaggio” verso il presbiterato vuol dire fare propria la diaconia – il servizio – e far sì che diventi parte integrante di tutta la vita, soprattutto e ancor di più, se Dio vorrà, quando sarò presbitero. Tra i momenti che mi hanno toccato di più ed emozionato durante l’ordinazione, oltre alla prostrazione e all’imposizione delle mani da parte del nostro arcivescovo Cesare, c’è stato un momento inaspettato: proprio all’inizio della celebrazione dove già si faceva sentire l’emozione e la giusta tensione, il mio sguardo si è incrociato con quello del nostro Arcivescovo che, con un sorriso e uno sguardo di intesa, mi ha fatto sentire la sua presenza paterna e quella di tutta la Chiesa torinese, come per dire “state tranquilli, siamo tutti qui con voi e il Signore vi è vicino in questo momento importante che va al di là delle vostre forze”. (don Federico Botta)