Antonio intervista

 QUATTRO CHIACCHIERE CON UN COMPAGNO DI CORSO

In tempo di Covid si hanno meno occasioni di socializzare, abbiamo rimediato facendo un'intervista on-line ad Antonio, nostro compagno di corso del primo anno di teologia.

Dicci qualcosa di te!

Ciao! Mi chiamo Antonio, sono un medico specializzato in medicina interna e medicina d’urgenza, e specializzato in psicoterapia con indirizzo analisi transazionale.

Ma quindi hai fatto due specializzazioni?

Sì, una medica universitaria e la seconda in psicoterapia.

Scusa l’ignoranza, psicoterapia è sotto la facoltà di psicologia?

Lo psicoterapeuta può essere o un medico o uno psicologo che ha fatto quattro anni di specializzazione.

A volte si confonde lo psicologo con lo psicoterapeuta, per essere psicoterapeuta bisogna aver fatto un training specializzato per poter trattare la patologia psichica della persona. Serve un training serio, molto esperienziale. Per la mia esperienza è stato un percorso importantissimo, è una scuola che ti mette in discussione, ti rivolta come un calzino e ti mette in una lavatrice di riflessione sui tuoi sentimenti, sulle tue convinzioni, sulla tua storia e ti porta a rileggere la tua esperienza. Questa specializzazione è stato uno dei mattoncini più importanti della mia vita.

Che cosa ti ha spinto a passare dalla medicina di urgenza alla psicoterapia?

Sin dai tempi delle superiori sono sempre stato interessato all’uomo e alla sua sofferenza. La medicina è stata certamente il primo amore, tuttavia, mentre ero in specialità, mi sono scoperto interessato ai motivi della sofferenza interiore. Nel rapporto con il malato ero interessato sì alla sofferenza, data dalla malattia corporea ma ancora di più a quella sofferenza più profonda legata alla sua storia, alla sua situazione di vita, alle sue aspirazioni. Parallelamente, ho fatto un percorso di psicoterapia e, dopo qualche anno, ho scoperto quanto mi abbia aiutato a comprendere me stesso e gli altri. C’è stato uno step intermedio molto importante: prima di iniziare gli studi in psicoterapia ho lasciato l’Italia e sono stato sette anni nei paesi in via di sviluppo come medico. Sono stato in Sud Africa, Tanzania, Burundi e in Papua Nuova Guinea; ad un certo punto ho incominciato a chiedermi: “di chi sono?”, “qual è il mio posto?”. Sono tornato in Italia: era il momento di prendere quella specialità in psicoterapia che tanto mi affascinava.

Ora stai lavorando come psicoterapeuta?

Sì! Con molto piacere perché è un aspetto della mia persona che sento molto mio: l’accoglienza dell’altro, della sofferenza dell’altro. Questa accoglienza è molto cristiana!

Interessante! Ci puoi spiegare cosa vuol dire mettere in atto il tuo essere cristiano durante la psicoterapia? C’entra con questo l’aver scelto di intraprendere gli studi teologici?

Esiste una ferita, che possiamo chiamare ferita d’amore, dalla quale possono venire fuori i più disparati sintomi: il non sentirsi adeguati, il sentirsi insicuri, la non fiducia nella relazione con l’altro. Quando sono in terapia, ritengo di avere il privilegio che la persona mi porta questa ferita chiedendo di essere aiutata. Credo di poter mettere in atto una carità che è accoglienza e che permette di costruire insieme una nuova fiducia, una nuova libertà, un nuovo senso di sé.

Ho scoperto che i bisogni dell’uomo - le fami - di stimolo, riconoscimento, carezza e relazione trovavano una risposta più grande nel trascendente. Dio ti dona quell’amore che umanamente non riusciamo a raggiungere nella totalità. Credo che l’Amore guarisca, ne sono convinto!

La guarigione interiore non può che passare dall’amore. L’amore comprende l’altro, lo accoglie nella sua ferita e nel suo errore!

Grazie, rivedo alcune dinamiche umane e personali! C’è una ferita senza la quale non sarebbe possibile l’apertura all’altro e a Dio.

Posso fare una domanda personale?

Sì!

Come vivi quotidianamente la tua fede, la tua spiritualità, il tuo incontro con Dio?

Bella domanda!

Allora mettiamola così: in primis, ci sono dei momenti di luce, dove nell’esperienza di un giorno mi sento nella pienezza, illuminato mi verrebbe da dire. Poi ci sono dei momenti, non di luce, in cui faccio del mio meglio per aderire all’ideale. E infine ci sono momenti di tormento, non posso dire che siano pochi, in cui c’è tanto “la domanda”, mi chiedo: “ma mi posso fidare veramente di Te, o devo aggiustarmi da solo?”. Vi dirò che recentemente ho pensato che è questo tormento che mi fa camminare e cercare. Ecco lo studio della teologia per me ha anche questo senso: cercare! Cercare e trovare nel pensiero dei filosofi, dei padri della Chiesa le risposte alle mie domande.

Ritengo che ci siano dei contenuti molto belli che trattiamo in facoltà teologica. Tuttavia, forse per il periodo, forse per una scarsa predisposizione, forse per il fatto che è tutto online, forse perché alcuni docenti sono impegnativi da seguire, la fatica si sente! Volevo sapere come stai vivendo gli studi teologici.

Sono entusiasta perché trovo che le materie che studio rispondono a molte mie esigenze di ricerca interiore e al desiderio di avvicinarmi alla verità. Riconosco che è faticosa, quando mi sono iscritto pensavo un po’ meno. Tuttavia, prevale l’entusiasmo, senza entusiasmo credo che non si possa fare questa facoltà. Cioè, almeno un briciolino ci vuole!

Grazie! Che tu sia con noi in facoltà teologica e avere questa possibilità di confrontarci è proprio un bel dono per costruire insieme la Chiesa. Ci accorgiamo dell’importanza delle questioni psicologiche nella società in cui viviamo e crediamo che l’esperienza cristiana abbia un contributo importante da dare su questi temi.

Ritengo che chi si occupa di psicologia non possa far finta che non esista la spiritualità, perché sarebbe come non considerare gli arti di un organismo intero. Mozzare la spiritualità è una scorciatoia che non può funzionare, nell’ambito della cura di una persona. Ma non tutti i terapeuti la pensano così.

Credo anche che chi è chiamato al sacerdozio, all’essere “pastore del gregge” non può fare a meno di una comprensione approfondita della sofferenza da un punto di vista psicologico. Come fai a portare il volto di Dio Amore all’altro se non comprendi la sofferenza della persona a cui Lo porti?

Io mi sento molto Chiesa e sono felice di essere parte con voi di questo cammino, sia oggi ma anche in una prospettiva futura! La Chiesa è proprio una famiglia speciale!

Irvin e Stefano

 

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