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CUSTORE DEL REDENTORE

La festa di san Giuseppe che abbiamo celebrato in questo anno a Lui affidato dal Santo Padre pone dinanzi al nostro sguardo la sfida e la bellezza della fedeltà. Vorrei partire da un versetto di Matteo per tentare di tracciare un “identikit” della fedeltà che ha attraversato la vita Giuseppe e che ne ha scandito la quotidianità.

«Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25, 21). La conclusione della parabola dei talenti mette in rapporto la fedeltà con la gioia del Signore, dopo aver sottolineato l’importanza delle cose piccole. La fedeltà si misura nelle piccole come nelle grandi cose, dalla cura di ciò che ci viene affidato sulla terra fino alla gloria eterna. Da un lato la fedeltà consiste nel compimento delle cose nelle quali ognuno di noi si è impegnato; è una virtù che va unita alla veracità e all’affidabilità: pensiamo ad esempio alla coerenza che c’è fra la parola data da una persona e le sue azioni.

 

Dall’altro lato la fedeltà può aprire anche le porte del Regno se va al di là della semplice conformità esteriore e riguarda la totalità dell’esistenza: è una adesione interiore e convinta, è un habitus, cioè una vera e propria virtù che si mette alla prova nel tempo, attraverso la chiarezza della propria identità personale e delle relazioni con Dio e con gli altri. In tutto questo la fedeltà non è statica, non è una decisione che, per quanto radicata, rimane fissa in un punto, bensì ha un aspetto dinamico dovuto al corso della vita: l’esistenza umana è infatti soggetta a cambiamenti e la fedeltà è una specie di forza che conquista il tempo, non per rigidità o inerzia, ma in modo creativo, inserendo le nuove circostanze quotidiane nel proprio impegno e dando così continuità, sicurezza e fecondità all’esistenza.

Non posso evidentemente approfondire in questa sede che cosa ci dicano le Sacre Scritture in merito ma mi limito al nucleo fondamentale. La Parola di Dio ci attesta che l’aspetto incondizionato della fedeltà è una risposta alla fedeltà di Dio. Se sfogliamo le pagine dell’Antico Testamento scopriamo l’insistenza sulla fedeltà di Dio nell’alleanza con Israele: la sua misericordia è grande come il Cielo e la sua fedeltà come dalla terra alle nubi (cfr. Sal 53; Es 34, 6; Dt 7, 9; 32, 4; Is 49, 7; Sal 144, 13). La nostra fedeltà allora non è solo uno sforzo umano ma, per essere autentica, deve poggiare sulla fedeltà di Dio, perché fedele è Colui che ha fatto la promessa (cfr. Eb 10, 23; 11, 11) e ci ha chiamato. Paolo in questo senso ci assicura che «Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo» (1 Ts 5, 24) vale a dire che Egli è il fondamento della nostra fedeltà nella vigilante attesa di Cristo e nella santificazione delle nostre vite; ed aggiunge: «Il Signore è fedele; Egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno» (2 Ts 3, 3). Ben sappiamo del resto che la nostra vita non è sempre facile, non è un cammino tutto rose e fiori. Come battezzati siamo stati liberati da quella inclinazione che si è soliti chiamare “peccato originale”, però continuiamo ad essere segnati dalle sue conseguenze. La nostra fedeltà pertanto si costruisce mediante l’accettazione delle nostre miserie e con la richiesta di perdono e conversione: «se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto ci perdonerà e ci purificherà da ogni colpa» (1 Gv 1, 9). Questo è essenziale nella nostra vita: per essere fedeli è necessario riconoscere la nostra fragilità, perché abbiamo costante bisogno di una purificazione del cuore. Se nell’avvicinarci al Signore non cominciassimo dicendo «mea culpa», come facciamo nella Santa Messa, non otterremmo nulla. Di fronte a questo consapevole e sano realismo della nostra condizione possiamo ancora parlare di fedeltà? È possibile per noi viverla? È un ideale irraggiungibile? Ritengo che si debba intendere la fedeltà fondamentalmente come la risposta ad una chiamata di Dio, che è fedele e ci vuole rendere partecipi della vita divina dandoci lo Spirito Santo. Per essere autenticamente fedeli, anche nelle situazioni difficili, dobbiamo davvero renderci conto che Dio è infinitamente buono. Questa meraviglia si scopre nell’orazione, nella meditazione della Parola, nei sacramenti, nel rapporto con gli altri. In tutto ciò percepiamo che c’è un primato assoluto della grazia, dono del Dio di misericordia, che vivifica ogni fedeltà: noi amiamo, perché Egli ci ha amati per primo (1Gv 4,19; Gv 3,16; Gal 2,20). Il papa ha ricordato che «l’amicizia possiede questa grazia: che un amico che è più fedele può, con la sua fedeltà, rendere fedele l’altro che non lo è tanto. E se si tratta di Gesù, Lui più di chiunque altro ha il potere di rendere fedeli i suoi amici» (Discorso 2 Marzo 2017). In ogni momento Dio ci sostiene con un amore infinito, che tutto sa e tutto può: egli è più intimo a me di me stesso, «interior intimo meo» (Sant’Agostino, Le confessioni, III, n. 6).

Queste parole le vediamo realizzate perfettamente in san Giuseppe. Egli non compie la volontà di Dio esteriormente, formalisticamente, ma in modo spontaneo e profondo. La Legge che osservava ogni ebreo praticante non era per lui soltanto un codice o una fredda raccolta di precetti: era l’espressione della volontà del Dio vivo. Ed è per questo che Giuseppe seppe riconoscere la voce del Signore quando essa gli si manifestò inattesa e sorprendente. Giuseppe ha accolto il progetto di Dio e non lo ha fatto passivamente bensì con coraggio. È un uomo di cui ci piacerebbe sapere qualcosa di più perché i Vangeli ne parlano poco ma proprio con il suo silenzio operoso e perseverante nell’adesione a Dio ci insegna che l’accoglienza degli eventi tristi e lieti «è un modo attraverso cui si manifesta nella nostra vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contradditoria, inaspettata, deludente», faticosa, ignota dell’esistenza (cfr Francesco, Patris corde n. 4). Giuseppe è l’Abramo del Nuovo Testamento: è fedele e giusto (Mt 1,19), «accoglie i numerosi e spesso imprevisti viaggi della vita (…) ben disposto ogni volta a venire incontro a circostanze nuove» (Francesco, Messaggio per la giornata delle vocazioni 2021). Il Dio giusto e buono riconosce la giustizia di Giuseppe, come era stato per Abramo, perché vive in una situazione di relazione con Dio tale che si può definire come uno stato di fede autentica, cioè una condizione di totale affidamento dell’esistenza a Dio: si fida di Dio e delle sue promesse. Giuseppe era fedele e giusto grazie all’amore che riempiva il suo cuore e che gli faceva amare le vie che il disegno di Dio aveva tracciato per lui. Si è abbandonato senza riserve all’azione di Dio non rifiutando mai di riflettere su quanto gli capitava (Mt 1,20). «Medita, pondera: non si lascia dominare dalla fretta, non cede alla tentazione di prendere decisioni avventate, non asseconda l’istinto e non vive all’istante. Tutto coltiva nella pazienza. Sa che l’esistenza si edifica solo su una continua adesione alle grandi scelte» (Francesco, Messaggio per la giornata delle vocazioni 2021) e in tal modo ottiene dal Signore, se così possiamo dire, quel grado di intelligenza e di conoscenza dell’opera di Dio che costituisce la vera sapienza. Con la sua laboriosità costante e mansueta, fedele e silenziosa, come di tanti padri e di tanti lavoratori, crescendo suo figlio apprende a poco a poco che i disegni divini hanno una coerenza, sovente in contraddizione con i piani umani. Rinnovando la sua fedeltà ogni giorno ha fatto quanto Dio gli andava chiedendo. Giuseppe si fidava di Dio: per questo gli è stato possibile essere il suo uomo di fiducia sulla terra per prendersi cura di Maria e di Gesù.

Per noi tutti chiediamo al Signore di iniziare dal nostro oggi a vivere quello stile di fedeltà che ha contraddistinto San Giuseppe.

Francesco

 

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