Diario di bordo

Articolo sorella Miriam

Custodire la vita e generarla con creatività - Testimonianza di sorella Miriam

Abbiamo intervistato sorella Miriam della famiglia religiosa delle Discepole del Vangelo che condivide con noi alcuni momenti di vita comunitaria. Tra i numerosi servizi che svolge, proviamo a conoscere meglio la sua responsabilità come assistente religioso. 

Come scopri la vita nei reparti?
È una domanda ampissima! Quando dico che lavoro al Sant’Anna, immediatamente molti mi dicono: “Che bello con i bambini!”. In effetti è un ospedale importante per la maternità, però direi che questo è un primo livello, il più visibile. Sì, c’è la vita che pulsa con tutta la sua energia in quelle culle, c’è il respiro dell’umanità di domani. Però vedo la vita anche nelle culle di quei bambini che invece lottano per vivere perché noi “già navigati” in fondo non sappiamo dare certezze; vedo la vita negli sforzi generosi ed eroici dei loro genitori che, in silenzio, vegliano accanto a loro; vedo la vita anche dove essa, per come la conosciamo, sta volgendo al suo termine ma viene lasciata senza nulla in sospeso e nella pace.

Ci sarebbero tante cose da dire ... vedo la vita in ogni piccolo e semplice gesto che significa “prendersi cura” nell’amicizia e sostegno reciproci nati nelle stanze di ricovero, nel personale sanitario che svolge il suo lavoro con passione e umanità, nella sofferenza che germoglia in insperata capacità di ripartire, nei gesti buoni che alleviano e sostengono. 

Nel tuo lavoro, dove incontri tante persone in situazioni differenti e difficili, cosa vuol dire riconoscere il bene e farsi compagnia nel ricercarlo? Può esserci un bene?
Sì, credo ad un bene presente anche in queste situazioni, nel senso che da ogni situazione noi possiamo imparare qualcosa su di noi, sulla vita in generale, possono aprirci lo sguardo. In sé le situazioni di dolore non sono buone, ma possono diventarlo. Farmi compagna nel cercare il bene con le persone che incontro a lavoro, per me significa stargli accanto, innanzi tutto, ascoltarle, raccogliere il dolore e la sofferenza che vivono.

Ti senti voluta bene nel tuo servizio?
Sì! La Cappellania ospedaliera in cui sono inserita è un gruppo di lavoro per l’assistenza spirituale in ospedale formato da laici, diaconi, sacerdoti e altre religiose come me. Abbiamo i nostri pregi e difetti, come tutti! Però nel cercare di collaborare, di venirci incontro, di sostenerci nelle situazioni faticose che qualcuno di noi vive, respiro un volerci bene semplice e reciproco. Ma ricevo tanto bene anche dalle persone che incontro e da alcuni medici, operatori sanitari o altro personale in ospedale; me lo dimostrano in tanti modi: dalla stima, dall’incoraggiamento, dai consigli, dal sorriso che mi fanno quando mi vedono, dall’esprimermi direttamente che me ne vogliono. Non mancano relazioni più faticose ma il bene dà la forza di andare avanti!

Cosa vuol dire la parola sacrificio oggi? Che senso ha? Cosa vuol dire per te stare vicino a delle persone che vivono dei sacrifici?
Anche questa è una domanda molto ampia, spero di non scadere nella risposta proprio per via della sua complessità. Credo comunque che il sacrificio, qualsiasi esso sia, un senso ce l’ha se non lo subisco e lo scelgo come gesto d’amore e per chi crede, quando è vissuto in relazione con Dio e per lui.
Stare vicino a persone che devono vivere grossi sacrifici legati alla loro condizione di malattia o di malattia del proprio figlio, mi porta a vivere esperienze diverse: qualcuno accetta il sacrificio più serenamente, in nome di un bene più grande per chi hanno accanto; grati di quanto hanno, perché riescono a scorgere anche e nonostante tutto, segni di speranza. Tante volte imparo cosa significa affidarsi e accogliere dalla vita con serenità sia ciò che si è ricevuto, sia ciò che si ha perso. Sono passaggi che non avvengono senza dolore, anzi, ma che poi lasciano spazio ad altro. In altre situazioni c’è disperazione. Io concretamente non posso sostituirmi a loro ... però posso essergli accanto, supportarle, dialogare su quello che vivono; per chi crede, dialogare anche in relazione a Dio da cui si sentono punite... non ho una ricetta per tutti, ogni persona è unica, così cerca di essere la mia relazione con ciascuno.

Hai fatto un’esperienza concreta di Dio che è vita, compagno nel sacrificio e bene che ti compie?

Si, altrimenti non credo sarei dove sono e non sarei chi sono oggi! È strano mettere in parallelo le parole “sacrificio” e “bene che ti compie”, di primo acchito sembrano l’una il contrario dell’altra. Però ho sperimentato che con Dio anche nella mia vita possono stare insieme. A volte ci sono sacrifici da fare più difficili rispetto ad altri. Il sacrificio è difficile perché devi lasciare una cosa buona, nella promessa che c’è un bene più grande che scoprirai dopo aver lasciato quello a cui sei attaccato. Nel mio caso la priorità per la mia vocazione e la mia fraternità mi ha fatto fare dei sacrifici, anche rispetto a certe relazioni.

Nel suo più grande sacrificio, Gesù ha compiuto la sua vita. Nessuno meglio di lui può esserci compagno nei nostri sacrifici. Questo mi dà forza, mi dà speranza. E quando il sacrificio è fatto per un bene, a volte anche in obbedienza a qualcun altro che ce lo consiglia perché vede meglio di noi, ci compie davvero, ci apre a nuove strade di vita. Poi credo che ogni esperienza ti aiuta a guadagnare un pezzetto in più di consapevolezza su di te ma che non è dato una volta per sempre! Domani ce ne sarà un altro!

Cosa vuol dire "essere per la vita" nel quotidiano?

Per me vuol dire custodire il bene che ricevo e compiere gesti che trasmettano altrettanto bene ad altri. Con le mie capacità, con i doni che ho ricevuto. Essere per la vita credo debba contenere queste due componenti: custodire la vita e generarla con creatività in base a ciò che siamo.