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La vocazione: chiamati ad essere se stessi

Che cos’è la vocazione? È un quesito difficile con cui cominciare, ma vorrei provare a chiedermelo ancora, cercando di rileggere la mia storia per abbozzarne una soluzione. Sicuramente, prendere sul serio questa domanda e cercarvi una risposta autentica è un’azione impegnativa e non delegabile: è solo tua. Penso che in realtà, scegliere se stare o no davanti a questo interrogativo è già la prima e fondamentale questione da porsi. È tua la scelta di ignorarlo o di prestarvi attenzione, di lasciarti toccare da una domanda grande come te e di più. È tua la scelta di prendere in mano la tua vita, di desiderarne il meglio, oppure semplicemente, di lasciarti trasportare da quello che succede, da quello che ti piace oggi. 

E quando si comincia a starci davanti, si sente la responsabilità di avere tra le mani un bene prezioso, la propria vita, e nel cuore un desiderio così grande che sembra non trovare corrispondenza da nessuna parte.

Negli anni tra le medie e il liceo questa domanda si è fatta spazio dentro di me. È nata e ha cominciato a insistere di pari passo con la mia fede. A Refrancore non avevo un oratorio o dei gruppi particolari dove formarmi, perciò è nata semplicemente dall’ascolto delle parole del mio don a Messa, dalla compagnia del mio gruppo scout e certo dal clima in famiglia. Tutte e tre queste realtà non mi hanno passato la fede direttamente, ma mi hanno insegnato a essere curioso e a farmi delle domande importanti. E così, quando mi è stato annunciato Dio, quando cioè mi è stato presentato il fatto di Cristo, quando ho intuito l’immensità del suo amore per me, ho cominciato a riconoscerlo vero nella mia vita. Allora, è nel momento in cui ho cominciato a conoscere Dio che ho iniziato pure a chiedermi chi sono io e quanto valga la mia vita per lui. Cioè, è sentendo vera quella parola di vita e riconoscendo la concretezza di quell’amore che mi sono chiesto come io potevo “ricambiare”.

Per questo dico che la domanda sulla vocazione nasce se è provocata da un incontro che tocca profondamente la tua vita: l’incontro con l’evento di Gesù. È proprio su questo punto che si gioca la differenza tra vocazione e destino. La vocazione non incombe come un fato, ma si sviluppa a partire dalla considerazione dell’amore personale di Dio per me. È questo che si intende quando si dice che Dio chiama per nome, e cioè che lui mi ama per primo e su questo presupposto mi chiede di rispondere a questo amore con la mia vita. Questo vale per ogni vocazione cristiana: ci si gioca la vita con Dio solo dopo aver scoperto che lui per primo si è consegnato per me.

Nel momento in cui ho cominciato a prendere sul serio la questione, come cioè potessi rispondere a un amore così grande, ho cominciato a essere più presente nei piccoli servizi in parrocchia: ho iniziato a dirigere il coro parrocchiale in prima superiore, quando ho scelto il classico. Inoltre, negli anni del liceo sono stato segnato anche da un’altra esperienza di servizio. Rispondendo all’invito di un amico, ho cominciato a fare il barelliere con i giovani dell’Oftal di Casale e per alcuni anni ho accompagnato gli ammalati a Lourdes. Ora penso che i fattori che mi hanno portato a riconoscere la vocazione verso un preciso tipo di vita siano stati in particolare due: il voler crescere nella relazione con Dio, nella quale mi sentivo in pace, per quanto sapessi davvero poco della preghiera, e il desiderio profondo di coinvolgere chi mi stava attorno in questa gioia piena. È così che quella iniziale disponibilità a Dio ha preso la forma di un primo sì verso il sacerdozio: nell’amicizia con Dio e nel servizio delle persone che avevo accanto, cioè della Chiesa.

Ora sono al terzo anno di Seminario, il quarto da quando ho cominciato questo percorso in Propedeutica. Ora, grazie alla formazione umana e spirituale e allo studio della teologia, ho le parole per dire che cosa ho vissuto, per descrivere in linguaggio sistematico questa mia storia con Dio nella Chiesa. Ma se dovessi provare a rispondere alla prima domanda, che cosa sia la vocazione, in base alla mia storia direi che è la pienezza di vita, è ciò per cui ognuno di noi è creato nella sua unicità. Perciò la vocazione è semplicemente essere me stesso, e comprenderla è qualcosa di intuitivo e disarmante, ma solo se riconosco con umiltà che la mia identità è l’essere figlio di Dio, e che quindi il vero me stesso non può essere separato da lui, da ciò che lui vuole per me.

Stefano