indios

IL MISSIONARIO È IL SANTO!

All’inizio di questo mese missionario di ottobre 2019 è venuto a portare la sua testimonianza in Seminario padre Ugo Pozzoli, missionario della Consolata.

Padre Ugo – 57 anni, di cui 25 di professione religiosa – è originario della parrocchia Maria Regina delle missioni in Torino, che ha segnato e continua a segnare la sua vita di missionario. Vive la prima esperienza fuori porta nella zona montuosa presso la città di Cali (Colombia), abitata dai determinati indios locali, i Nasa, e segnata dal conflitto armato, così come dalla dura situazione del vicino Venezuela.

È grande la difficoltà di approcciarsi ad una cultura diversa: i Nasa sono un popolo di matrice panteista, rifugiatosi sulle montagne per difendersi dall’occupazione spagnola, allontanandosi di conseguenza dalla possibilità di conoscere il Vangelo portato dagli europei. poiché non accolse così felicemente l’evangelizzazione post-spagnola proveniente dall’occidente europeo. Il risultato oggi è una fede – come spesso capita – sincretista, dove elementi eteroctoni diversi si sono mal mescolati con quelli autoctoni.

 Ma oltre alle spine ci sono anche le rose: lo stile di lavoro e il metodo missionario. Appuntamento fisso è la “cinque giorni” di revisione una volta al mese, in cui un’equipe fa il punto della situazione pastorale, economica, politica e sociale del territorio. L’equipe è composta da missionari della Consolata, al loro fianco due religiose francesi e laici. Una dei compiti principali è tradurre i testi liturgici e le grammatiche in lingua locale. Ci dice padre Ugo: «È un’esperienza che mi porto ancora nel cuore, semplicemente si mettono insieme le conoscenze e le forze di tutti».

Rientrato dopo tre anni in Italia, per altri sei si occupa della rivista dell’ordine, mentre per i successivi sei diviene consigliere generale d’istituto per l’Asia e per l’Europa. Padre Ugo ci racconta quindi come il cambiamento culturale dell’Istituto non sia stato facile, di fatti ad oggi sono circa 950 i religiosi, di cui il 50 % originario dell’Africa. Il rapporto tra i missionari più anziani di origine europea e i giovani padri di origine africana e asiatica è una delle sfide maggiori, insieme al nuovo sguardo che occorre dare alla missione nel continente europeo: ecco i temi principali per cui serve una nuova formazione, un nuovo stile.

«Siamo la costola missionaria della diocesi di Torino, dalla quale nasciamo» avverte padre Ugo, sostenendo che serve focalizzare l’attenzione sui nostri territori. Italia, Spagna, Portogallo, Polonia sono solo alcuni esempi di nuove terre di missione e come missionari dovremmo imparare a ritrovare il senso del nostro carisma nell’evangelizzazione. La società scristianizzata del terzo millennio diventa quell’ad gentes; «La Chiesa di Torino mi ha formato e oggi mi rinvia nel suo stesso territorio come missionario».

Al contrario delle tradizionali terre di missione, in Europa ci sono sicuramente strumenti comunicativi più facili, non c’è bisogno di far comprendere le categorie cristiane poiché ormai sono insite nel DNA delle persone, ma il desiderio di fede sembra assopito e c’è più aridità. Quale può essere allora il senso del missionario in questo cambio di rotta epocale? Santa Teresa di Lisieux – giovane monaca di clausura e patrona delle missioni – ci comunica oggi il vero senso di essere missionario e membro della Chiesa:

La mia pace è di sempre lottare per generare degli eletti; e teneramente dire più che posso al mio dolce Gesù: per Te, mio divino fratello, son felice di patire e la sola mia gioia è di amarti.

Andrea