Diario di bordo

Giovedì 14 aprile, in Seminario, si è svolto l'ultimo incontro "Sulla tua Paroladell'anno. Come sempre è stato un momento denso e ricco, sia per i ragazzi che vi hanno partecipato, sia per noi seminaristi, grati e felici nel vedere che Dio parla ancora oggi attraverso le Sue parole, unite alle nostre! Don Antonio, con l'aiuto di alcuni seminaristi, ha analizzato brevemente la parabola del Samaritano. Elisa, educatrice di una parrocchia di Torino, condivide con noi emozioni e ricchezze ricevute, ri-donandocele.

Le follie del seminario
Uscire da se stessi per avvicinarsi al prossimo

Ho visto talmente tante volte "le follie dell'imperatore" da saperne recitare le battute a memoria. Si può dunque immaginare il mio infantile entusiasmo nel vederne proiettate alcune scene su una parete del Seminario di Torino. Non credevo, però, che ad un incontro intitolato "sulla tua Parola", in un Seminario, il binomio Dio e Kuzko potesse essere possibile. Invece, partendo dal film, si è potuto introdurre e rendere più accessibile il passo del Vangelo relativo al Buon samaritano. Più accessibile a chi? A noi giovani, che facciamo così fatica ad esprimere la nostra fede o ad accostarci a quella Bibbia che spesso ci sembra così lontana e antica. Abbiamo bisogno di esempi più concreti e vicini a noi, esempi che possano in un certo senso "inculturare" la grandezza di ciò che viene raccontato nella Bibbia.
Ma torniamo a noi. Innanzi tutto, per chi non lo avesse ancora fatto, vada subito a guardare Le follie dell'imperatore. Dopodiché si soffermi sulla figura di Patcha. È lui il buon samaritano della storia. Già, perché nonostante l'imperatore si ostini a volergli rovinare la vita, a voler rimanere nel suo stato di egoistico isolamento, Patcha crede nella sua possibilità di redimersi, continua ad andargli incontro e ad accostarlo a sé. Ciò che conta, dunque, è la nostra capacità di uscire da noi stessi, dalla nostra piccola bolla privata e avvicinarci all'altro, non solo a colui che è facile da amare e aiutare. Il semplice provare compassione perciò non basta. È necessario che questa compassione si trasformi in azione: " il samaritano gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, [...]; poi caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui". Soffermiamoci quindi a riflettere su: quante volte nelle mie giornate non ho voluto incontrare l'altro; cosa mi impedisca di fermarmi e prendermi cura di lui; a quali persone che attraversano la mia vita devo farmi più vicino. Partiamo da questo, diamo un nome al nostro prossimo e avviciniamoci, avviciniamolo. Agiamo.