Diario di bordo

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UNA TERRA PROMESSA LARGA UN TAPPETO 

Generalmente ogni seminarista guarda al giorno della sua ordinazione presbiterale futura come a una terra promessa che lo attende; essa ha i contorni di quel tappeto sopra il quale si prostrerà durante il rito di ordinazione. Questo rappresenta effettivamente la meta e il termine di un lungo cammino di preparazione, discernimento e formazione. Salvo poi realizzare che in realtà quel tappeto è il punto di partenza di qualcos'altro e che quindi sarebbe meglio paragonabile a un tappetino elastico che ti proietta in avanti nel ministero futuro.

In ogni caso ti aspetti che tutta la cattedrale il giorno dell'ordinazione si regga in piedi appoggiata unicamente sopra quel paio di metri quadrati di tessuto.

Così in parte mi immaginavo sarebbe stato il giorno della mia ordinazione presbiterale che ha avuto luogo sabato scorso, presieduta dall'arcivescovo mons. Roberto Repole. Con me gli altri ordinandi don Federico, don Mauro e don Samuele.

La liturgia del rito di ordinazione supera qualsiasi aspettativa e riesce ad esprimere meglio di qualsiasi altra parola quale sia la vera sostanza del ministero ordinato e come certe precomprensioni si sgretolino di fronte alla realtà che si celebra.

Realizzi così che quel tappeto non è né una terra promessa, né un trampolino di lancio e che in realtà non vale nulla e meno ancora valgono quelli che ci sono distesi sopra.

Scopri che in quel giorno tutta la cattedrale è in realtà appoggiata sul silenzio, che nella liturgia esprime la potenza dello Spirito che agisce. Nel silenzio infatti si consuma quel gesto chiave dell'imposizione delle mani del vescovo seguito dagli altri sacerdoti del presbiterio. Le tue parole non contano nulla; durante la prostrazione difficilmente trovi il fiato per rispondere con la voce alle litanie che invocano l'assistenza celeste dei santi. Addirittura, in quel momento, il tuo stesso volto è nascosto, rivolto contro il suolo. Il silenzio, l'ascolto, la prostrazione ti ricordano che il protagonista di quel giorno è e rimane il Signore Gesù, Risorto e vivo. Lo stesso nel cui nome possiamo dirci cristiani e lo stesso che ci ha scelti tra gli uomini per seguirlo, chiamandoci per nome nella carne della nostra storia. Il paradigma del nostro futuro ministero, come ha suggerito l'arcivescovo nella sua omelia, è quello di Pietro, un poveraccio nelle cui mani il Risorto ha deciso di consegnarsi nonostante i suoi trascorsi tormentati e, a tratti, drammatici. Nella consapevolezza che si diventa pastori col cuore di Cristo solamente a condizione di non dimenticarsi mai di essere anzitutto discepoli mendicanti di misericordia che camminano dietro il Maestro.

don Giacomo C.